EPOPEA DELLA CUCINA FUTURISTA

La cucina futurista, regolata come il motore di un idrovolante per alte velocità,
sembrerà ad alcuni tremebondi passatisti pazzesca e pericolosa:
essa invece vuol finalmente creare un'armonia tra il palato degli uomini e
la loro vita di oggi e di domani.
Filippo Tommaso Marinetti

«Mangia con arte per agire con arte»
, sosteneva Filippo Tommaso Marinetti, il primo a rivoluzionare secondo i principii della cucina futurista la gastronomia in Italia e nel mondo. Per scoprire la storia e i segreti della cucina degli artisti futuristi, leggete il volume di Guido Andrea Pautasso, Epopea della cucina futurista, pubblicato (in 300 copie numerate) dalle Edizioni Galleria Daniela Rallo di Cremona.

www.guidoandreapautasso.com
http://vampirofuturista.blogspot.it/

Traduzione in lingua russa di Irina Yaroslavtseva

Переводчик: Ярославцева Ирина



martedì 22 gennaio 2019

Marinetti l'Alcova d'acciaio tradotto in russo di Guido Andrea Pautasso - CUCINA FUTURISTA


L’alcova d’acciaio tradotta per la prima volta in 
russo a quasi cento anni dalla sua prima edizione







Finalmente, a distanza di novantasette anni dalla sua prima edizione italiana, è stato tradotto per la prima volta in russo da Yrina Yaroslavtseva il romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti L’alcova d’acciaio. Romanzo vissuto e pubblicato dalla casa editrice Ziolkovskj di Mosca.



L’alcova d’acciaio, presentato come romanzo vissuto, racconta dell’esperienza di Marinetti durante la Prima guerra mondiale, oltre a far rivivere alcuni episodi legati alle sue scorribande erotiche giovanili, esposti con largo uso di fantasia da parte dell’autore che si diverte a enfatizzare il suo appetito smodato per la vita, la sua virilità e le sue doti di seduttore. In L’alcova d’acciaio Marinetti rievoca infatti l’esperienza della guerra in trincea e racconta, in maniera gioiosa e quasi fanciullesca, le ore trascorse con le sue amanti, impegnato in maratone amatorie in camera da letto, laddove non perdeva l’occasione per combattere la sua personale battaglia per la conquista del Piacere. Così, nelle pagine del romanzo Marinetti sottolinea la sua natura di futurista voyeur e contribuisce a creare l’alone mitico di superuomo-futurista che ha ammantato la figura di intellettuale e uomo d’azione al tempo stesso.


L’alcova d’acciaio venne pubblicato per la prima volta nel 1921 dalla Casa Editrice Nino Vitagliano di Milano. Il volume fu subito sequestrato per la sopraccopertina ritenuta oscena, al punto che la censura consentì di ridistribuire il libro soltanto dopo la distruzione della stessa. L’alcova d’acciaio fu successivamente riscritta dall’autore eliminando i termini giudicati all’epoca scabrosi e venne ristampata da Mondadori nel 1927 e nel 1937, con una nuova copertina di Giulio Cisari. La sopraccoperta della prima edizione è stata disegnata da Renzo Ventura, nome d’arte di Lorenzo Contratti, pittore, illustratore e caricaturista di Colmurano nelle Marche, che firmò le sue opere con il cognome della madre Maria Ventura. Una grave forma di mania di persecuzione costrinse l’artista al ricovero nel manicomio provinciale di Mombello a Limbiate, dove diventò disegnatore presso l’Ufficio Tecnico dell’Ospedale. A Renzo C. Ventura è dedicato il Museo della Memoria di Colmurano. 

Guido Andrea Pautasso



Riportiamo qui di seguito un brano tratto dal romanzo marinettiano.


 Una donna-premio


Nella camera dell’Albergo d’Italia io entrai come si entra da un pasticciere quando si è stati privati di zucchero per molto tempo. Parlai d’amore con lirismo variopinto e modulatissimo offrendo tutti i trampolini vellutati alla dedizione della bella donna, ma la conquistavo si può dire d’autorità. Non era una corvée che imponevo ai nervi della mia amica, li mandavo anzi in licenza sulle spiagge d’un gran mare di voluttà perché vi guizzasse il suo spirito al quale io superiore cortese insegnavo a nuotare. La stanza era accesa dai riflessi delle mille bandiere che infuocavano le facciate delle case. Mobili giardini pensili. Rosso che sembra veramente ringiovanito. Il verde giallastro di Caporetto è diventato un verde Piave, un verde Mare Adriatico, diventerà un verde Isonzo. Il cielo incandescente sembra roteare come un viluppo gesticolante di bersaglieri scamiciati, feroci, urlanti, la bocca piena d’italianità selvaggia e d’orgoglio, amore-vendetta-rapina-eroismo-maffia. Mi voltai per seguire la bella mia affaccendata nell’aprire i suoi bagagli. Un morso delicato nella nuca. Poi la svestii. Si lasciò fare languidamente, con tutte le moine che distinguono le amanti venete e il loro chiacchierio di uccellino che maledice la gabbia, implora la libertà e non conosce altro cielo che quello che brilla nell’acqua dello scodellino. La stordii di baci e di carezze infinite. La presi e ripresi con foga, con pratica slancio, delirando. Poi mi fermai. Buttai sul divano l’anima che mi aveva servito fino allora e ne tirai fuori un’altra dalla profondità dei miei nervi. – Bisogna, pensai, che io valuti con precisione scientifica il premio offertomi dal destino. Imposi dolcemente silenzio a Rosina che si accaniva a dimostrarmi l’imbecillità paurosa di suo marito notaio, pedante germanofilo, disfattista, imboscato malgrado una buona salute e i suoi 25 anni, e le dissi: – Cara Rosina, sei troppo bella per coprirti con una camicia, toglitela. Voglio analizzare la tua bellezza con cura e prendere delle note. Salto dal letto prendo il mio libretto di note, dispongo bene il corpo nudo e coricato di Rosina: – Chiudi gli occhi. Bene!... ora aprili! Occhi meravigliosi. La cornea lievemente azzurrina vellutata agli angoli da piccolissime venette sanguigne, nuota in uno strano rosolio dorato. La pupilla è nera cerchiata d’oro scuro... Rosina è stupita, trattiene la sua allegria, mi lancia un’occhiata brillante e maliziosa che si lega bene al sorriso. Ecco il sorriso sboccia, mobile losanga, e fiorisce tondo sui denti piccoli, freschi, bianchi, saporiti. Penso ad una giovanissima Madonna di Raffaello, ma più calda, passionale, dietro i cristalli di una limousine veloce. Io amo i seni piccoli vivaci, spiritosi. Questi di Rosina sono invece un po’ grassi e lievemente materni. Ma la bella cupola militare del ventre è perfetta. Sotto l’ombelico una lievissima depressione perpendicolare discende, piccolo sentiero appena marcato e si perde nell’ombra triangolare fra le cosce. Ancora più ammirevoli. Hanno muscoli sodi, mascherati dalla più dolce carne. Bei cuscini soffici e nuovi con ricche molle di muscoli. Ma Rosina è già annoiata da tanta estetica. Nuovi baci, nuove carezze e nuova pausa con relativo chiacchierio sul marito che Rosina critica ora come un vizioso parassita amico delle prostitute. Il nostro dialogo è interrotto da un balzo di Zazà che vuole accucciarsi fra noi. La mia cagnetta di guerra non conosce le donne. Ha sempre vissuto in mezzo ai soldati ed è decisamente ostile ai dissolventi profumi carnali. Mi ammonisce abbaiando, richiamandomi all’antica castità. La caccio via, rimbalza su. La mando dall’attendente nel corridoio.


Io sono ormai sufficientemente premiato. Ho centellinato e masticato deliziosamente tutte le ghiottonerie di quel letto imbandito come una tavola di re. Nell’annotare sul mio libretto la mollezza soave delle due bende di capelli che coprono le piccole orecchie di Rosina ho sentito gonfiarsi nel mio cuore un oceano di pensieri e ormai il mio spirito vi naviga sopra, con le sue vele date al tondo soffio delle purezze astratte. Dico a Rosina concludendo: – Non ti potrò mai dimenticare, poiché sei veramente la figlia del nostro Piave devoto e della vittoria!

Il brano «Una donna-premio» è tratto da Filippo Tommaso Marinetti, L’alcova d’acciaio. Romanzo vissuto, Casa Editrice Nino Vitagliano, Milano 1921, pp. 57-60; ora in Guido Andrea Pautasso (a cura di), Erotismo futurista. Teoria e pratica. Con cinque ricette afrodisiache, Abscondita, Milano 2018, pp. 89-91.

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