EPOPEA DELLA CUCINA FUTURISTA

La cucina futurista, regolata come il motore di un idrovolante per alte velocità,
sembrerà ad alcuni tremebondi passatisti pazzesca e pericolosa:
essa invece vuol finalmente creare un'armonia tra il palato degli uomini e
la loro vita di oggi e di domani.
Filippo Tommaso Marinetti

«Mangia con arte per agire con arte»
, sosteneva Filippo Tommaso Marinetti, il primo a rivoluzionare secondo i principii della cucina futurista la gastronomia in Italia e nel mondo. Per scoprire la storia e i segreti della cucina degli artisti futuristi, leggete il volume di Guido Andrea Pautasso, Epopea della cucina futurista, pubblicato (in 300 copie numerate) dalle Edizioni Galleria Daniela Rallo di Cremona.

www.guidoandreapautasso.com
http://vampirofuturista.blogspot.it/

Traduzione in lingua russa di Irina Yaroslavtseva

Переводчик: Ярославцева Ирина



venerdì 12 giugno 2015

CUCINA FUTURISTA E GIORGIO DE CHIRICO: UNA GITA A LECCO (Mostra a Palazzo delle Paure-Lecco) di Guido Andrea Pautasso

Giorgio De Chirico: una gita a Lecco. 

Guido Andrea Pautasso vi invita a scoprire 

il segreto della gastronomia amata dal 

padre della pittura Metafisica



Dopo gli studi e le analisi sulla Cucina futurista e gli esperimenti gastronomici di Marinetti e i suoi sodali futuristi, proponiamo ai lettori del blog www.cucinafuturista.blogspot.com una incursione straordinaria dedicata ai gusti di Giorgio De Chirico, il padre della pittura metafisica approfittando soprattutto della mostra che inaugurerà sabato 13 giugno, a Palazzo delle Paure (Lecco), intitolata GIORGIO DE CHIRICO: UNA GITA A LECCO. Esperienze sensoriali e multimediali da un racconto del maestro della metafisica promossa da Comune e Camera di Commercio di Lecco con il sostegno di Regione Lombardia e il patrocinio di Expo2015.

A partire da uno scritto del 1939 di Giorgio de Chirico pubblicato su “Aria d’Italia” con titolo “Una gita a Lecco”  sarà proposta al pubblico una narrazione visiva ed uno straordinario allestimento per far conoscere il testo attraverso il quale l’artista ha raccontato alcune specificità del territorio lecchese e la sua passione per la cucina.

L’esposizione  ricostruirà il viaggio compiuto da Dudron/De Chirico che, partendo da Milano a bordo di una macchina performante guidata da una valchiria moderna, si reca a Lecco con il pretestuoso scopo di mangiare delle lumache. Ambientato sotto un temporale, ricco di riferimenti letterari e territoriali, il racconto è una riflessione sulla arte, sulla pittura e soprattutto sulla maniera pittorica.

La mostra comprenderà alcuni capolavori originali e opere significative di Giorgio de Chirico come l’Autoritratto nello studio di Parigi (prestato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma), alcuni preziosissimi libri pubblicati dall’artista come le prime edizioni di Hebdomeròs e Un’avventura di Monsieur Dudron (che noi presentiamo straordinariamente anche sul nostro blog), oltre a un'installazione multimediale che tradurrà in immagini e in esperienze sensoriali l’omaggio che il Pictor optimus ha voluto rendere alla città di Lecco.

(Il visitatore riceverà all’ingresso copia del testo originale e una sorta di navigatore che lo guiderà tra i quattro macrotemi individuati e sviluppati in quattro aree espositive connesse e sequenziali: il viaggio, le lumache, Lecco e il territorio, la tempesta. Ogni macrotema verrà poi illustrato e rappresentato iconograficamente con una serie di riferimenti presi dal mondo della letteratura e della mitologia, della pittura, della storia, della cultura. Una grande parete stampata digitalmente raccoglierà poi immagini e testi, alcuni schermi offriranno riproduzioni sonore e cinematografiche, verranno proposte percezioni olfattive degli elementi narrativi del testo. Infine ogni parete avrà una connotazione cromatica specifica correlata al tema in oggetto).

A corredare l’esposizione, eventi e conferenze:

– Palazzo delle Paure: approfondimenti su de Chirico scrittore
– Politecnico di Milano: l’iconografia di Lecco e il suo futuro turistico e terziario
– Camera di Commercio di Lecco:  la ristorazione e le tematiche agro-gastronomiche



Infine lo chef stellato Theo Penati per l'occasione ha pensato e realizzato una ricetta speciale, l’Insalata De Chirico, che ovviamente ha come ingrediente principale le lumache.



Ma ora andiamo a scoprire la passione di De Chirico per la gastronomia partendo da quel lacerto di romanzo intitolato Un’avventura di Monsieur Dudron che l’artista pubblicò per la prima volta in italiano nel 1939 con il titolo originale: “Una gita a Lecco”.

In questo breve racconto di un sogno metafisico e perché no surreale, De Chirico narra la storia di un pittore, il signor Dudron, che viene costretto da una bella e «moderna Valchiria» a partecipare ad una cena sul lago di Como nella locanda di un celebre industriale diventato allevatore di lumache. L’artista, schifato dall’idea di ingerire le lumache e inorridito dalle pinzette «somiglianti a minuscoli strumenti ostetrici» distribuite ai commensali per estrarle dal guscio, differenzia il suo menu da quello dei suoi commensali estasiati dalla inspiegabile croccantezza dei molluschi e mangia «una coscia di pollo arrosto dopo un antipasto di prosciutto crudo e sardine sott’olio». Come contorno Dudron ordina «un piatto di spinaci al burro, e come dessert, un’omelette senza sale e abbondantemente riempita di marmellata di fragole» e innaffia il tutto con un buon bicchiere di vino locale. Dopo aver gironzolato sotto un diluvio universale per gli allevamenti di lumache senza vederne neanche una, la Valchiria si decide a riaccompagnare a casa Dudron, felice di non aver dovuto divorare quegli esseri preistorici e immondi. Il racconto si chiude con la determinazione di Dudron/De Chirico di non abbandonare mai più il cavalletto e i pennelli dinnanzi a qualsiasi tentazione mondana. Una ulteriore incursione teorica del padre della pittura metafisica riguardo i problemi della gastronomia è rappresentata da un breve e attualissimo testo polemico intitolato "Cucina moderna" posto a margine dell'edizione francese del libro Hebdomeros.

L’Hebdomeros di De Chirico è un romanzo che paradossalmente fatica ad essere inquadrato in un genere, ed è stato considerato da Breton uno dei capolavori della letteratura surrealista, nonostante De Chirico sia stato sempre ostile ai surrealisti dei quali criticava apertamente il modo di agire e di esprimersi. 
Nelle Memorie della mia vita (1945), egli ebbe modo di precisare in maniera estremamente polemica di avere preso sin da subito le distanze dal surrealismo a causa del comportamento corrotto dei membri dell’entourage che ruotava attorno alla figura di Breton: «Poco dopo essere giunto a Parigi trovai una forte opposizione da parte di quel gruppo di degenerati, di teppistoidi, di figli di papà, di sfaccendati, di onanisti e di abulici che pomposamente si erano autobattezzati surrealisti e parlavano anche di “rivoluzione surrealista” e di “movimento surrealista”. Questo gruppo di individui poco raccomandabili era capeggiato da un sedicente poeta che rispondeva al nome di André Breton ed il quale aveva come aiutante di campo un altro pseudo-poeta di nome Paul Eluard, che era un giovanottone scialbo e banale, con il naso storto e una faccia tra di onanista e di cretino mistico. André Breton, poi, era il tipo classico del somaro pretenzioso e dell’impotente arrivista. […] Benché i surrealisti professassero purissimi sentimenti comunisti ed antiborghesi, cercavano sempre di abitare il più comodamente possibile, di vestire benissimo, di consumare ottimi pasti annaffiati da ottimi vini, di non fare mai, nemmeno con un centesimo, la carità ad un povero, di non muovere mai nemmeno un dito in favore di qualcuno che avesse avuto bisogno d’un aiuto materiale o morale e poi, soprattutto di lavorare il meno possibile, anzi di non lavorare affatto» [il corsivo è nostro. N.d.A.]. 

A parte la diffidenza di De Chirico verso Breton, Hebdomeros pare una vera e propria favola surrealista
costruita come un collage onirico di simboli, come un labirinto di sensazioni, di visioni, di situazioni e di immagini in cui è vano cercare un inizio e una conclusione. L’originalità del romanzo sta proprio nella scrittura e nell’intenzione di De Chirico di proiettare il lettore nelle sue fantasie, nei suoi sogni e nelle sue percezioni sconvolgenti offrendogli un itinerario intellettuale e gastronomico assolutamente inconsueto.

In “Cucina «moderna»”, che costituisce una sorta di appendice al romanzo, De Chirico, assolutamente igienista, contesta quegli intellettuali che disprezzano i ristoranti dei grandi alberghi ed elogiano invece con fare snob le «trattorie sporche»: «Solo nei grandi alberghi -scrive De Chirico- e nei loro ristoranti si trova oggi ancora, in fatto di cucina e d’alloggio, un resto di quella tecnica e di quella buona materia che stanno completamente scomparendo dalla faccia della terra. La buona locanda di campagna, la buona locanda che c’era prima, pulita, ed ove si mangiava bene, le buone trattorie cittadine senza eleganza, ma linde ed ospitali, non esistono più. Salvo rare eccezioni, sono state sostituite da locali sporchissimi e maleodoranti, ove si mangia malissimo, si è trattati da cani, e si pagano prezzi da Foyot e da La Perouse; e questo già da parecchi anni e non solo in Italia, ma in tutti i paesi. Gl’intellettuali, che capiscono ogni cosa a rovescio, ostentano un inguaribile disprezzo per la cucina dei grandi alberghi e sono persuasi che solo nelle trattorie sporche si mangi bene, anzi, più la trattoria è sporca e più credono che ci si mangi bene. Per questo, al crepuscolo, quando suona l’ora della cena, tu li vedi, come pecore nell’ovile, inbucarsi lentamente nei locali maleodoranti delle più sudice trattorie». Infatti, Il protagonista eponimo dell’opera, Ebdòmero, l’alter-ego o il prestanome del creatore dell’Arte Metafisica, si ritrova immerso in immagini inclassificabili che vanno a comporre i frammenti dell’esistenza di De Chirico stesso, e si muove in piena osmosi con eventi irreali come se fosse una sorta di veggente, un medium alla scoperta di un’altra dimensione della realtà.

Creatura assoluta, Ebdòmero, si inserisce in questa dimensione parallela e vive una seconda vita secondo dei precetti del tutto particolari di cavaliere di ventura sui generis. Per quanto riguarda l’alimentazione, «egli professava sulla questione delle vivande e del nutrimento in genere una morale a sé che gli era valsa l’antipatia e spesso i sarcasmi dispettosi di un gran numero dei suoi contemporanei. Egli divideva le vivande in morali e immorali. Lo spettacolo di certi ristoranti ove fini buongustai vanno a soddisfare le concupiscenze oscene del loro apparecchio gastrico, lo rivoltava fino al disgusto e sollevava nella sua anima una giusta e santa ira. Le persone che mangiano aragoste ed astaci e succhiano con una voluttà bestiale, dopo averle rotte con uno spaccanoci, le zampe e le pinze di quei mostri corazzati e schifosi, lo facevano fuggire come un Oreste inseguito dalle Erinni. Ma ciò che soprattutto lo turbava era vedere, al principio dei pasti gli amatori di ostriche inghiottire quel mollusco disgustoso con una messa in scena di panini neri imburrati con cura, di piccoli bicchieri d’uno vino bianco speciale, di quarti di limoni, ecc…; tutto ciò accompagnato da teorie immonde e spiegazioni indecenti sopra l’effetto esercitato dal sugo del limone sul mollusco, che si contrae quand’è ancora vivo, o da discorsi ridicoli sull’aroma delle ostriche che fa pensare al mare, agli scogli battuti dalle onde, e ad altre stupidità di cui solo un’essere sprovvisto d’ogni pudore e d’ogni controllo su se stesso può interessarsi». Ma Ebdomerò è disturbato non solo dalla natura viscida e disgustosa dei molluschi e dalle suggestioni erotiche cui le ostriche rimandano, ma anche da molte altre «materie» che egli ama definire «deleterie e impure»: «Egli considerava pure come immorale il fatto di consumare i gelati nei caffè e, in genere, di mettere pezzi di ghiaccio nelle bevande. Il chiaro d’uovo battuto e la panna montata, erano anche per lui materie deleterie e impure. Egli trovava ancor molto immorale e meritevole della maggior repressione, la predilezione esagerata e istintiva che spesso giunge fino alla voracità e che hanno specialmente le donne per le conserve crude: cetrioli, carciofi conservati nell’aceto, ecc…». Inoltre «egli considerava la fragola e il fico come i più immorali tra i frutti. Il fatto di farsi servire d’estate al mattino, alla prima colazione, fichi freschi coperti di ghiaccio pestato, era per Ebdomerò un atto talmente grave che, secondo il suo codice, avrebbe meritato una pena variante da dieci a quindici anni di prigione. Molto condannabile secondo lui era pure l’atto di mangiare fragole ricoperte di crema; non riusciva a capire come persone ragionevoli potessero commettere atti tanto vergognosi e come potessero avere il coraggio di fare ciò in pubblico, davanti ai loro simili, invece di nascondere le loro inconfessabili azioni in fondo alle camere più oscure, dopo esservisi rinchiuse a doppio giro di chiave come per una violenza o per un incesto».

Ma chi aveva la colpa di tutta questa decadenza, di questa degenerazione dei costumi alimentari? Ebdomerò
la attribuiva «all’imbecillità umana che considerava immensa ed eterna come l’universo e nella quale aveva una fede inamovibile». La sua dieta del resto consisteva in «un pasto modesto che si preparava lui stesso»: «un magro uccello (specie di allodola anemica) che ogni giorno gli portava un cacciatore ottuagenario» (nelle sue Memorie, ha confessato di amare in modo particolare la cacciagione e soprattutto l’anatra arrosto, considerata «un vero poema» per il suo palato). La preparazione dell’uccelletto era abbastanza semplice, quasi un rito quello che compiva ogni giorno Ebdòmero: «egli posava l’uccello morto sopra una tavola con un tovagliolo; a volte invece lo posava sull’ovatta, come se fosse neve, il che gli faceva pensare alla caccia d’inverno e alle belle riunioni di cacciatori nelle locande […]. Quando l’ora del pasto era suonata egli spiumava l’uccello e lo metteva a cuocere in una piccola marmitta con burro di capra e un po’ di sale; mentre cuoceva lo rivoltava pungendolo con una forchetta e ripetendo ad alta voce sempre stessa frase: “Bisogna che senta il calore! Bisogna che senta il calore”». E «quando qualcuno picchiava all’uscio nel momento in cui stava sedendosi a tavola, aveva il coraggio di invitare il visitatore a condividere il suo pasto che consisteva, oltre che nell’uccelletto arrostito, in un pezzetto di pane di segala e in una cucchiaiata di marmellata di mirtilli; come bevanda, egli beveva dell’acqua filtrata nella quale scioglieva lievito di birra fresco con un po’ di zucchero». De Chirico precisò anche che purtroppo quando Ebdomerò era costretto a rinunciare alla sua dieta per desinare in un ristorante, gli veniva sempre proposto un menù sobrio, composto come se fosse una poesia:



«Zuppa di funghi alla silvana,

Carciofi teneri con salsa limonata,

Coscia di montone arrostita,

Patate novelle al burro fresco,

Dolce di semola con marmellate di fragole,

Frutta e formaggio,

Caffè e liquori».



E così il lettore non può far altro se non immaginare Ebdomerò/Dudron/De Chirico intento a mangiare con parsimonia, animato da quella lucida freddezza e da quel metafisico distacco che traspare inequivocabilmente dalla magia della sua pittura.



Guido Andrea Pautasso





Si consiglia la lettura di Giorgio De Chirico, Il signor Dudron, a cura di Jole de Sanna e con uno scritto di Paolo Picozza, SE, Milano 2014






Alcuni libri che i visitatore troveranno esposti alla mostra:



G. De Chirico

Hebomeros. Le peintre et son génie chez l’écrivain

Paris, Collection Bifur, Editions du Carrefour 1929

cm.19x13 pp.252+4, brossura con sopraccoperta gialla illustrata dall’autore

(Stampato su carta Alfa Mousse Navarre in 2800 copie numerate. Nostra copia n.2160)



Giorgio de Chirico

Ebdòmero. Romanzo

Milano, Bompiani 1942-Anno XX (gennaio 1942)

20,5x12 cm., p.216 +12, brossura con sopraccoperta decorata dall’autore

(Prima edizione italiana)



Giorgio De Chirico

1918-1925. Ricordo di Roma

Roma, Editrice Cultura Moderna (gennaio) 1945, “Collana Il Girasole” a cura di Guglielmo Santangelo e Orfeo Tamburi, n.4

cm.11x7,2, p.118, brossura illustrata dall’autore, diverse illustrazioni in b/n fuori testo di De Chirico

Tiratura di 1050 esemplari, nostra copia n.352



Giorgio de Chirico

Ebdòmero. Romanzo

Alla prima carta bianca dedica stampata a macchina: «Alla sacra memoria di mio fratello Alberto Savinio».

Al frontespizio: Stampato presso l’autore Roma 1957 (La nostra copia ha la sopraccoperta, che riproduce fedelmente il disegno pubblicato sulla prima edizione francese, e riporta come editore All’Insegna del Pesce d’oro Milano)

Roma, presso l’autore (Tip. M. Menghini), 1957

cm.20,5x14, pp.190, brossura originale a due colori, sopraccoperta

(Non è segnalata l’esistenza della sopraccoperta nei cataloghi consultati).

All’interno, a p.190, una correzione autografa al testo.

Secondo Armando Audoli (“Wuz”, n.2, marzo-aprile 2005) «de Chirico, nel 1957, volle riproporre l’opera in una tiratura privata (oggi rarissima) dedicata alla memoria di suo fratello Alberto Savinio»



Giorgio De Chirico

Un’Avventura di Monsieur Dudron

Al frontespizio: Un’Avventura di Monsieur Dudron seguito da Altri scritti

Edizioni del Sole Nero, Amsterdam, printed by Real Free Press s.d. (Edizione corsara del 1984 secondo Gambetti Vezzosi, in realtà è stata stampata nel 1979 come riportato in AA.VV., I fiori di Gutenberg. Analisi e prospettive dell'editoria alternativa, marginale, pirata in Italia e Europa, a cura di Pasquale Alfieri e Giacomo Mazzone, Roma, Arcana 1979)

cm.15,5x11.5, pp.64, brossura

Gli Altri scritti riportati nel volume sono tratti da Commedia dell'Arte Moderna di Giorgio de Chirico e Isabella Far (Roma, Traguardi 1945)

Con un timbro a p.64: Museo Internazionale d’Arte Moderna Collezione Privata. Studio L’Orologio Vicolo Sforza Cesarini n.3 – 00186 Roma Via Leopardi 6 – 60044 Fabriano Italia

 
Su Giorgio De Chirico:
Lo Duca [Giuseppe Maria, poi Joseph-Marie]
Giorgio De Chirico
Al frontespizio: Giorgio De Chirico 36 tavole
Milano, Ulrico Hoepli Editore 1936 XIV
cm.17,5x12m5, pp.30+XXXVI tavole in b/n, brossura, sopraccoperta illustrata in b/n da de Chirico
(Stampato in 1000 copie num. Nostra copia n.968)






Dove: Palazzo delle Paure – Lecco, Piazza XX Settembre 22
Inaugurazione: 13 giugno 2015, ore 18.00
Apertura: dal 14 giugno al 20 settembre 2015
Promotori: Comune di Lecco, Camera di Commercio di Lecco, Regione Lombardia
Idea e progetto di: Giulio Ceppi
Mostra a cura di:  Francesca Brambilla
Ingresso gratuito



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